Studi e Fonti Documentarie della Società Genealogica Italiana

 

 

Successione del titolo di duca di San Donato e Policastrello

 

 

 

 

Albero genealogico dei Sanseverino baroni di Càlvera e Duchi di San Donato, a partire da Venceslao Sanseverino, Duca di Amalfi e di Venosa, Conte di Tricarico e Chiaromonte (1355-1403)

ASNapoli, Real Camera di S. Chiara, Pretensori di cadetti (serie XXXV), vol. 52, inc. 70. "Supplica di don Orazio Sanseverino dei baroni di Càlvera", tav. genealogica.

 

 

 

English version

 

 

Indice:

 

Nota Introduttiva

La Casata

I Duchi di San Donato

La Successione del feudo

Due linee di successione - due titoli di San Donato

Genealogia successoria

Legittimità della successione dell'originario titolo feudale di Duca di San Donato

Bibliografia e Fonti documentarie

Note

 

 

Nota Introduttiva

 

Il materiale qui pubblicato costituisce una piccola, seppure spero interessante, "anteprima, di un ben più esteso lavoro che - con l'aiuto di un altro esperto studioso della materia - spero di poter dare alle stampe a breve, e che comprenderà una completa ed esaustiva - a quanto mi risulti fin'ora mai realizzata - analisi documentaria su questa linea poco nota del grande casato sanseverinesco, quella dei baroni di Càlvera e Duchi di San Donato appunto.
Nello studio in corso di pubblicazione verranno proposte le trascrizioni e molte riproduzioni di una rilevante messe documentaria, ad oggi totalmente inedita, su questi rami, con particolare riferimento alla divulgazione del materiale cavato per la prima volta dal fondo "Pretensori dei cadetti" della Real Camera di Santa Chiara, presso l'Archivio di Stato di Napoli, quello della Regia Udienza Provinciale di Catanzaro, oggi nell'Archivio di Stato di Lamezia Terme (in deposito temporaneo) e quello infine - di gran lunga il più "succoso" - nascente dal materiale custodito fino ad oggi nell'archivio privato della mia famiglia materna, i Baroni del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino (fondo che comunque, alla fine della inventariazione ancora in corso a cura del cugino avvocato Pier Francesco del Mercato, barone di Rutino e Monteforte, verrà donato all'Archivio di Stato di Salerno, dove andrà ad affiancare ed integrare il precedente versamento effettuato qualche decennio orsono dalla famiglia, che ha dato origine all'attuale "Fondo del Mercato"
(*), già a disposizione degli studiosi presso quell'Archivio).

Il mio ringraziamento particolare va all'amico, valido ricercatore e giovane storico, dott. Emanuele Catone, che ha condotto le ricerche presso il Fondo della Real Camera di Santa Chiara al Grande Archivio di Napoli.
Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita (#)

 

 

 

 La Casata

 

I Sanseverino sono una delle casate storiche italiane più illustri, la prima delle sette grandi Case del Regno di Napoli, che arrivò a dominare su 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati e 10 principati distribuiti soprattutto tra Calabria, Campania, Lucania e Puglia. Fra i suoi membri si annoverano cardinali, viceré, marescialli e condottieri.

E’ fondata opinione degli storici che la Casa Sanseverino ebbe nel Regno di Napoli dignità e ruolo poco meno che sovrano.
La casata fu fondata dal normanno Turgisio, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l'odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Per la fedeltà al Papa ed al partito guelfo, la famiglia fu quasi distrutta prima dagli Svevi e poi dai Durazzo, ma riuscì sempre a sopravvivere ed a ritornare all'antico splendore.

Nel XV secolo i Sanseverino si divisero nei due grandi rami dei Principi di Salerno e di Bisignano (CS). Altri rami furono quelli dei Sanseverino conti di Lauria e duchi di Scalea, Sanseverino Duchi di San Donato, Sanseverino Conti di Tricarico, Sanseverino Conti di Caiazzo e conti di Colorno, Sanseverino Baroni di Càlvera, Sanseverino Baroni di Marcellinara e molti altri rami minori. Oggi di questa storica famiglia sopravvive solo il ramo di Marcellinara.

Nel 1306 Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, fondò la monumentale Certosa di Padula

 

I Duchi di San Donato e i Baroni di Càlvera

Nel 1374, per effetto del matrimonio di Margherita di Sangineto con Venceslao Sanseverino conte di Chiaromonte e Tricarico, il feudo di San Donato (odierna San Donato di Ninéa) in Calabria passò ai Sanseverino di Bisignano. Verso il 1510 poi, Bernardino Sanseverino, Principe di Bisignano, concede la terra di San Donato e Policastrello in feudo baronale a un cadetto della sua casa, Francesco Sanseverino barone di Càlvera in Basilicata, che dà inizio così al ramo dei Sanseverino baroni di San Donato. Con privilegio dato Ratisbona il 2 settembre 1532, l'Imperatore Carlo V reintegrava il barone Pietro Antonio Sanseverino nel possesso dei feudi di San Donato e Policastrello (1). Nel 1602 Filippo III di Spagna elevò l'antica baronia in ducato nella persona di don Scipione "junior" Sanseverino, dei baroni di Càlvera, creandolo marchese di San Donato e poi permutando questo titolo in quello di Duca di San Donato (2).

 « E' un periodo di grave malcontento per i sandonatesi, che in concomitanza e in conseguenza dei fatti successi nella capitale del Regno nel 1647, tumultuarono contro il loro signore, al quale tolsero ogni rispetto ed obbedienza "mettendo fuoco ai suoi magazzini di grano, ammazzandogli tutte le mandrie dei vari animali, facendo prigioniera la Duchessa, con morte di due sue femmine e del fattore e con tanti altri eccessi di crudeltà", come risulta da un dispaccio del Residente veneto a Napoli in data 6 Agosto 1647." cfr. R. Bisignani, I Sanseverino, ramo San Donato, in "Calabria Nobilissima", 1989, 42-43, 33-70. »
  

Fu il 2° Duca di San Donato l’11 dicembre 1640, 5° barone di Policastrello e 1° barone di Roggiano e Patrizio Napoletano.

Veduta odierna di San Donato di Ninéa (CS)

La successione del feudo

Questa linea della grande casata principesca reggerà il feudo fino al 1654, anno in cui muore l'unica figlia femmina sopravvissuta, l'ultima duchessa di San Donato, la piccola Annuccia, deceduta a soli 9 anni di età a causa delle ferite e dei maltrattamenti ricevuti nel corso dei tragici avvenimenti che portarono alla morte del padre Francesco, e il feudo viene messo all'asta dalla Real Corte di Napoli, al fine di soddisfare i molti creditori dei Sanseverino.

 

Antonio Amitrano o Ametrano (3), figlio di uno scrivano della Regia Camera della Sommaria arricchitosi con l'esercizio dell'arrendamento dei sali della Calabria (4), comprò dunque nel 1664 le terre di Roggiano, San Donato e Policastrello ed il feudo di Larderia che erano state subastate nel Sacro Regio Consiglio dai creditori dei Sanseverino, per la rilevante cifra di ducati 72.000, con R.A. 25 gennaio 1664 di Filippo IV (morto il 17 settembre 1665), registrato nel Quint. 118, f.75, nel quale si dichiara che il titolo ducale feudale dei Sanseverino è da considerarsi estinto, ovvero che tale vendita all'Ametrano venne fatta con la clausola "extinto seu retinenti titulo" essendosi estinto cioe con la vendita, il titolo di duca di San Donato, dunque senza il passaggio dello stesso al compratore dei feudi, titolo che rimaneva invece negli aventi causa degli antichi feudatari.

Per lo stesso motivo neppure gli altri titoli feudali dei Sanseverino, legati all'insieme dello Stato feudale di San Donato, passarono in alcun modo all'Ametrano e alla sua discendenza, ne' quello legato alla terra di Roggiano e tantomeno quello su Policastrello.

Infatti i titoli dei Sanseverino annessi a queste terre erano quello ducale per San Donato e Policastrello, e di Marchese su Roggiano e non risulta da nessuna fonte che gli Ametrano abbiamo mai usato i titoli di Duca di Policastrello o di Marchese di Roggiano.
Ovviamente, avendo acquistato i feudi che erano dei Sanseverino, per la nota consuetudine secondo la quale tutti i feudatari del Regno erano denominati baroni, egli si ritrova nominato come Barone, appunto, (cioè semplice possessori dei feudi) di Policastrello e/o Barone di Roggiano, ma mai con il titolo che era stato concesso su queste due terre ai Sanseverino, poiché con la vendita registrata nel quinternione 118, f.75 già citata, nessun titolo dei Sanseverino passò con la vendita agli acquirente, cioé all'Ametrano (14).
Tantomeno risulta da nessuna fonte o documento che egli abbia mai usato altri titoli dei Sanseverino che pure spettavano al parente prossimiore degli antichi feudatari di San Donato, come si vedrà,  quele per esempio quello di barone di Càlvera.


Il motivo del diniego del passagio  degli antichi titoli feudali dei Sanseverino all'Ametrano da parte del sovrano allora regnante, Filippo IV, va ricercato proprio nell'esistenza di un altro ramo dei Sanseverino (rappresentato all'epoca dal giovane Orazio Sanseverino, barone di Càlvera, Casaletto e Battaglia, cugino in 3° grado del duca Francesco, e padre di Mario Sanseverino dei baroni di Càlvera) legittimo pretendente all'eredità del titolo il quale aveva già fatto presente i suoi diritti e le sue ragioni presso la Corte e quindi la stessa Corte "congelò" qualunque pretesa sul titolo medesimo.
Morto poi Filippo IV, che non aveva permesso il passaggio dell'antico titolo feudale di San Donato all'Ametrano questi, grazie alle sue "entrature" soprattutto economiche e alla sua influenza sul giovane, inesperto  e malaticcio nuovo sovrano, Carlo II (salito al trono il 17 settembre 1665 a soli 4 anni di età e regnante pochi anni, fino alla sua morte avvenuta il 1 novembre 1700), riuscì ad ottenere una concessione ex novo (quindi NON un riconoscimento del passaggio dell'originario titolo feudale) del titolo di San Donato con privilegio di re Carlo II dato in Madrid il 27 febbraio 1668. (5)
 

 

Permuta del titolo di Marchese in quello di Duca di San Donato a Scipione Sanseverino, 29 settembre 1602, Archivio General de Simancas, Serie Napoles, S. P. Libro 162, cc. 209-121


Privilegio al quale comunque si "oppose" "legalmente" il legittimo erede dei Sanseverino, in quanto egli era parente dell'ultima duchessa Annuccia,  nel 4° grado di parentela agnatizia, che era ampiamente compreso nel diritto di successione vigente all'epoca, come illustrato dallo schema genealogico più sotto riportato ed era anche parente dell'ultimo avente causa, il Duca Francesco padre della duchessa Annuccia predetta, nel 5° grado di parentela agnatizia maschile, come si illustrerà più avanti.

 

La discendenza di Antonio Ametrano terrà il feudo meno di un secolo, fino al 1753, quando Michele Campolongo, di famiglia originaria di Altomonte, acquista la Terra di San Donato, contro il patrimonio di Francesco Saverio Sambiase, con successivo Regio assenso 31 agosto 1780, registrato nel Quinternione 314, folio 425, come dal Cedolario 79, folio 298. Da Michele il feudo passò a Nicola (deceduto il 17 agosto 1790) e da questi al fratello Francesco, cui San Donato fu intestato il 27 settembre 1793, cedolario 79, folio 487. (cfr. F. von Lobstein, Settecento Calabrese ed altri scritti, Napoli, 1977, Vol. II, pag. 494). Anche nel caso di questa vendita il feudo passò ai nuovi proprietari, i Campolongo appunto, con la formula "extinto seu retinenti titulo", per cui i Campolongo non acquisirono con l'acquisto del feudo anche il titolo ducale (quello concesso ex novo agli Ametrano) su San Donato, e infatti si dissero solo "baroni", cioè Signori di San Donato, in virtù dell'acquisto fatto (6).

 

 

Due linee di successione - due titoli di San Donato

 

Come scrive lo studioso Mario Pellicano Castagna "In merito al titolo di Duca di San Donato, non deve far meraviglia la coesistenza di due diversi titoli infissi sullo stesso predicato, essendo essa perfettamente compatibile con le leggi feduali e nobiliari del Regno." (in: "Studi Meridionali", op. cit., fasc. Gennaio 1977, pag. 9)

 

Questa  nuova linea di successione, originata dalla concessione ex novo del titolo di San Donato a seguito dell'acquisto del feudo da parte della famiglia Amitrano-Sambiase, si è estinta comunque completamente nel '900, con la morte senza figli dell'ultimo esponente, don Ladislao Sambiase, duca di Malvito e principe di Bonifati, nato a Napoli il 14 febbraio 1881 (succeduto al fratello Paolo + 7 feb. 1929), il quale non ebbe figli dalla moglie Margherita Nardi (cfr. Libro d'oro della Nobiltà Italiana, ediz. XX, vol. XXII, 1990-1994, pag. 538).

E' interessante notare che comunque, questa linea perse formalmente anche questo nuovo titolo di duca di San Donato, in quanto risulta che, con istromento rogato per Notar Giuseppe Cantilena in Napoli in data 10 agosto 1788, D. Francesco Saverio Sambiase Ametrano Duca di Malvito cedeva, refutava e renunciava al titolo di Duca, che aveva sulla Terra di San Donato, in favore di D. Ippolita Comite, Marchesa d'Avena, con Regio Assenso in data 5 dicembre 1807. annotato in margine al Cedol. 79, f. 296t., regolarmente registrato nel Quint. 325, f. 31t,  (cfr. A. Campolongo, Note feudali su San Donato, pag. 40.).

Come nota correttamente il Pellicano Castagna (in: "Studi Meridionali", op. cit., fasc. Gennaio 1977, pag. 9), appare davvero strano il fatto che, malgrado la suindicata vendita regolarmente seguita da Regio Assenso, tale titolo di San Donato venga poi riconosciuto agli eredi Sambiase, con Regio rescritto del 16 maggio 1853. L'unica giustificazione potrebbe essere, come osserva sempre il Pellicano, "che la refuta del 1807 o fu revocata o si intese limitarla alla vita della beneficiaria", anche se- aggiungiamo noi, nei Regi Cedolari non si trova traccia di simili limitazioni o revoche.

 

Dopo la morte dell'ultima duchessa Anna Sanseverino, figlia del II Duca, Francesco Sanseverino e di donna Porzia Sanseverino, erede della linea dei baroni di Càlvera, il titolo originario e feudale di San Donato venne quindi reclamato dal suo cugino più prossimo, il giovane Orazio Sanseverino, barone di Càlvera, Casaletto e Battaglia, suo cugino prossimiore in 4° grado e cugino in 5° grado del duca Francesco, assassinato dai rivoltosi, padre della povera Annuccia.

 

Frontespizio delle opere di Nicola Cianci di Leo Sanseverino: "Genealogia di Ercole Sanseverino, barone di Càlvera, e suoi discendenti", Napoli 1902

"Illustrazioni dell'albero genealogico della famiglia Cianci di Leo Sanseverino", Napoli 1906

 

Mario Sanseverino di Càlvera, dunque (settavolo del marchese Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita), si intitolò IV Duca di San Donato per essere sopravvissuto all’altro ramo della linea di Càlvera e San Donato - estintosi con la sopracitata  Anna, (detta Annuccia) III duchessa di San Donato, figlia di Francesco, II duca di San Donato - della quale dimostrò di essere il parente maschio più prossimo.

 

 

Genealogia successoria

 

 

 

Stipite comune                                                                                   Marco Antonio Sanseverino 2° barone di Càlvera investito dal Principe di Bisignano con privilegio datato Cassano 7-6-1526

Sp. donna Vittoria Castrocucco D'Aquino, dei Baroni di Albidona, (figlia di Berardino, Barone di Albidona e di Donna Beatrice D'Aquino dei Baroni di Castiglione)

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1° grado                                                    don Taddeo Sanseverino 3° Barone di Càlvera e Patrizio Napoletano                        bisnonni                        don Ettore Sanseverino "di Sinisi"; dei Baroni di Càlvera; Patrizio Napoletano

                                         sp. donna Giulia Cotugno da Senise, (figlia di Giovanni Battista e di donna Beatrice Passarelli)                              sp. donna Enrichetta Valente da Cotrone, (nipote di Nicola, Cantore della cittá di Cotrone)

|                                                                                                                                                                                           |

2° grado                                                       Ercole III Sanseverino 4° Barone di Càlvera e Patrizio Napoletano                           nonni                            don Giovan Geronimo Sanseverino dei Baroni di Càlvera; + il 19 dicembre 1619

                                                                                sp. donna Beatrice Caracciolo dei Duchi di Martina                                                                sp. donna Laura Rufolo della famiglia patrizia di Ravello, (figlia di Paolo Rufolo, patrizio di Ravello)

|                                                                                                                                                                                           |

3° grado                                  Francesco Sanseverino 5° Barone di Càlvera, investito da Francesco Teodoro Sanseverino,          genitori                                  don Gianfrancesco Sanseverino dei baroni di Càlvera, + 1643

                                                  con Privilegio del 28-10-1595. Compra la Terra di Marianella presso Napoli                                                                         sp. donna Laura Grandonio, Baronessa di Battifarano e Battaglia,

sp. donna Caterina Caracciolo dei Signori di Marsicovetere                                                                                      (figlia del Barone Don Paolo e di Donna Giulia dei Baroni Gallotti)

   |                                                                                                                                                                                           |

4° grado                                              donna Porzia Sanseverino 6° Baronessa di Càlvera e Duchessa di Marianella                     soggetti                          don  Orazio (Ercole) Sanseverino dei Baroni di Càlvera, n. 1640

                                        sp. don Francesco Sanseverino 2° Duca di San Donato l’11 dicembre 1640 , 5° Barone di Policastrello                                         Barone di Casaletto e Battaglia maritali nomine, rivendica San Donato

                                                                   e 1° Barone di Roggiano e Patrizio Napoletano, + assassinato il 10 agosto 1648                                                      sp. donna Margherita Gallotti, Baronessa di Casaletto e Battaglia

     |                                                                                                                                                                                           |

 

donna Anna detta "Annuccia" Sanseverino 3° Duchessa di San Donato Policastrello e Roggiano dal 1643;                    don Mario Sanseverino 4° Duca di San Donato e Policastrello e Roggiano 8° Barone di Càlvera

7° Baronessa di Càlvera; morta a 9 anni di età nel 1654                                                                                                                                                                          

 

Fonti: 

ASNapoli, Real Camera di S. Chiara, Pretensori di cadetti (serie XXXV), vol. 52, inc. 70. "Supplica di don Orazio Sanseverino dei baroni di Càlvera";

Archivio privato dei Baroni del Mercato, Fondo Pacelli - Sanseverino, Busta 18;

Regia Udienza Provinciale di Catanzaro, Lettera S, fasc. 950, Anno 1762, in ASCatanzaro, in deposito temporaneo presso ASLamezia;

N. Cianci di Leo Sanseverino, Genealogia di Ercole Sanseverino, barone di Càlvera, e suoi discendenti", Napoli 1902, e idem, "Illustrazioni dell'albero genealogico della famiglia Cianci di Leo Sanseverino", Napoli 1906;

A.V. Rivelli, Memorie Storiche della Città di Campagna, Salerno, 1894, (rist. Forni), pagg. 281-283 (7)

 

N.B.: il presente computo del grado parentale è quello adottato nel Regno di Napoli, dove si è sempre usato il c.d. sistema germanico (un grado per ciascuna generazione escluso lo stipite), pienamente in vigore all'epoca della vicenda successoria in oggetto, e di ciò si trova conferma sia in questioni successorie poste al vaglio della Regia Camera, che nei processetti matrimoniali nel periodo XVI-XVIII secolo.
Oggi, invece, si calcola la parentela col c.d. sistema romano, ovvero contando i gradi risalendo fino allo stipite comune e scendendo, ma questo solo a partire dal periodo napoleonico.

 

Su questo punto vedi tra l'altro:

- La parentela e l’affinità nel diritto nobiliare (il computo dei gradi secondo il sistema romano; il computo dei gradi secondo il sistema germanico)  online qui

- Roberta Corbellini, (Direttore dell’Archivio di Stato di Udine) “Genealogia e rappresentazione familiare” pag. 2,  online qui

- Brian Schwimmer, "Germanic or Canon Degree Calculation System", Californian Universty of Manitoba on line qui

 

Orazio Sanseverino, insomma,  era legato da doppia parentela con gli ultimi aventi causa del ducato di San Donato: egli era infatti cugino di 3° grado di Porzia Sanseverino, erede di Càlvera e moglie dell’ultimo Duca Francesco, come si può vedere dalla genealogia pubblicata più sopra, in quanto i loro rispettivi bisnonni erano fratelli. Ma era anche il parente in grado più remoto per agnazione maschile, del duca Francesco stesso, marito di Porzia, in quanto questi discendeva dallo stipite comune Antonello, attraverso il padre Scipione juniore, figlio di Ippolito, di Scipione seniore, di Pietrantonio, di Francesco del predetto Antonello, dal quale discendeva anche Orazio attraverso il padre Gio Francesco, figlio di Gio Geronimo, di Ettore, di Marcantonio, di Ercole di Antonello predetto, dunque attraverso una parentela di 5° grado.

Per queste ragioni la rivendica di Orazio era doppiamente motivata dalla sua doppia parentela con gli ultimi aventi causa di San Donato . Essa, riassumendo, si basava su una parentela con Annuccia attraverso la madre Porzia, che ricadeva entro il 4° grado collaterale, prescritto dalle leggi successorie vigenti all'epoca, a prescindere – e dunque senza la necessità -  di invocare il noto privilegio dei Sanseverino;  ma egli poteva anche appoggiare le sue legittime pretese sull'altra parentela agnatizia del 5° grado che lo legava all’ultimo duca Francesco attraverso il comune stipite Antonello, come sopra si è visto. In questo secondo caso egli invece poggiava le sue pretese proprio sull’eccezionale privilegio[1] concesso ai Sanseverino dagli Angioini e sempre confermato alla Casata dai successivi sovrani aragonesi e anche dall'Imperatore Carlo V nel 1520, che come si sa estendeva virtualmente all'infinito ("in quantumcunque remotus etiam decimo et ulteriori gradu ex quacumque linea trasversali, adscendenti seu descendenti… Et inter ipsos de cognomine de Sancto Severino progenitura et gradus servatur... ») il diritto successorio all’interno della famiglia Sanseverino[2]

[1] «quod innoctescit (sic), ex quam plurimorum relatione, Antecessores dominos et magnatos eius Prosapiae et Domus de Sancto Severino privilegia autentica, ipsis concessa, et assentita a Principibus et regibus nostris antecessoribus, obtinuisse, quod ex ist tentibus masculis ex cognomine de Sancto Severino, in quorum gradis remotis, femina quantum cumque proximior in succedendi gradu ad successionem feudorum ac feudalium bonorum non admitteretur, nec possit aliquo modo succedere, sed masculus in quantum-cumque remotus, ex quacumque linea descendens, proximior tamen in consanguinitatis, seu affinitatis gradu eiusdem cognominis, praerogativa servata gradus, feminis praeferatur, ita quod masculus succedere teneatur feminam debentem succederet in ipsis bonis feudalibus, de paragio maritare. ASN,  Arch. Priv. Sanseverino di Bisignano, Incarta fascio n° 375. Citato da Silvie Pollastri, la quale precisa come: «Trois ans plus tard, en 1421, un autre Giacomo de Sanseverino voit sa requête satisfaite par Louis III : succéder non seulement à son père Ugo, comte de Potenza, mais aussi à son cousin Venceslaus, le plus puissant des Sanseverino à la fin du XIVe siècle, avant d'être vaincu par Ladislas de Duras. En effet, en vertu de l'accord précédent, tout mâle de cognomen Sanseverino peut prétendre légitimement à la succesion d'un ascen­dant Sanseverino, alors que la loi n'autorise les successions, à défaut du fils, qu'aux descendants directs de celui-ci, ou à ses frères encore vi­vants. » Cfr.: Sylvie Pollastri, Une famille de l'aristocratie napolitaine sous les souverains angevins : les Sanseverino (1270-1420), in: “Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes”, Année 1991, Volume 103, Numéro 1, pp.. 237 – 260.

[2] Infatti quando nel 1606 Il principe di Bisignano Bernardino Sanseverino  muore con una unica figlia, Giulia, Luigi Sanseverino conte di Saponara, cugino di sesto grado, viene riconosciuto erede dopo un lungo processo contro il figlio di Giulia, proprio in virtù di questo diritto unico concesso alla famiglia Sanseverino. Cfr.: G. Galasso, Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, Mlano, 1974, pag. 46.

 

 

Per questi motivi il figlio, Mario Sanseverino di Càlvera (che rivendicava anche le baronie di Casaletto e Battaglia) (settavolo del marchese Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita), si intestò quarto duca di San Donato in quanto, come si è sopra detto, era il parente più prossimo vivente (Nota) sopravvissuto all’altro ramo della linea di Càlvera e San Donato - estintosi con la sopracitata  Anna, (detta Annuccia) III duchessa di San Donato, figlia di Francesco, II duca di San Donato - nei confrinti della quale dimostrò di essere il parente maschio più prossimo.

 

 

 

Albero genealogico della parentela tra i Grandonio, baroni di Battifarano e Battaglia, e i Sanseverino di Càlvera e San Donato del ramo del Duca D. Mario Sanseverino.

Fede notarile per la rivendica del maggiorasco dei Grandonio da parte di Mario Sanseverino che agisce per la dote della sua ava, Laura Grandonio baronessa di Battifarano,

figlia di Paolo Grandonio barone di Battifarano e moglie del suo avo Gian Francesco Sanseverino,  cc. 2

Archivio privato dei Baroni del Mercato, Fondo Pacelli - Sanseverino, Busta 18, fasc. 2

 

 


 

Legittimità della seguente successione dell'originario titolo feudale di Duca di San Donato

 

Comparse a stampa per la causa sostenuta da Chiara di Leo Sanseverino contro i parenti per l'eredità paterna, cc. 33, 2, 20

Archivio privato dei Baroni del Mercato, Fondo Pacelli - Sanseverino, Busta 18, fasc. 12


Lo storico A.V. Rivelli, nella sua opera "Memorie Storiche della Città di Campagna", Salerno, 1894, (rist. Forni), alle pagg. 281-283, riporta testualmente che: " vennero a fissare il loro domicilio a Campagna (omiss...) don Mario Sanseverino duca di San Donato e barone di Casaletto, figlio di Orazio Sanseverino barone della Càlvera, per avervi sposata donna Gironima Campanino dei baroni di San Giovanni de' Zoppi, figlia di Giuseppe e di Cristiana Mantenga (omissis...). Mario Sanseverino non avendo prole dalla signora Gironama Campanino, e come che aveva una figlia dalla sua prima moglie Maria Bitonte, a nome Vittoria, già unita in matrimonio con Santo di Leo di Nucara, chiamò presso di sè a Campagna i di costoro figli, tra cui Francesco di Leo Sanseverino".

E infatti il Cianci Di Leo nel suo "Illustrazioni dell'albero genealogico della famiglia Cianci di Leo Sanseverino", Napoli 1906, a pag 27 afferma che "é indubbio che Mario Sanseverino era ex familia de' baroni di Calvera, per linea discendentale e dei signori di San Donato, in linea collaterale".

 

Di estrema rilevanza, ai fini della presente successione, è poi la partita del Catasto Onciario di Canna del 1743, intestata a Don Antonio Sanseverino, primo cugino di Mario Sanseverino, che in essa viene testualmente indicato come:

 

"D. Antonio Sanseverino descendente de' S.ri della Calvera, Santo Donato e Policastrello, casato nella Terra di Nocara colla S.ra D. Anna M.a di Leo Sanseverino etc." (ASN, Regia Ca. della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciarii, busta 5847, f. 32r.)

 

 

Partita catastale di "D. Antonio Sanseverino descendente de S.ri della Calvera, Santo Donato e Policastrello", 1743, Catasto Onciario di Canna, (ASN, Regia Cam. della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciarii, busta 5847, f. 32r.)
 

 

Ma esaminiamo ora nel dettaglio, generazione per generazione, la legittimità della discendenza di Mario Sanseverino nel titolo di Duca di San Donato e barone di Càlvera, non prima di avere richiamato le norme successorie in vigore nel Regno di Napoli, all'epoca  oggetto di questo studio (sottolineature e grassetto sono miei) :

 

Citazione:

Filippo I (II per la Spagna), con la citata prammatica XXXIII del 1595, Filippo III (IV per la Spagna), con quella XXXIV del 1655, che estende la successione feudale al quarto grado in linea collaterale « tam virorum, quam foeminarum », e Carlo VI d'Asburgo, con le prammatiche del 1720, sanzionano le norme successorie innanzi illustrate. Esse ebbero una ulteriore conferma, nel 1737, da Carlo di Borbone (VII per Napoli e III per la Spagna), con la prammatica « de feudis » ; e possono così compendiarsi:

a) in linea retta:
successione all'infinito dei discendenti, sia maschi che femmine, «aetatis et sexus praerogativa servata » ; è opportuno tener presente che, dalla epoca della dominazione spagnola, in mancanza di discendenti e di collaterali, succedeva perfino il padre del primo investito;

b) linea collaterale:
successione sia dei maschi che delle femmine, sempre «aetatis et sexus praerogativa servata », fino al quarto grado per Napoli (e fino al sesto grado per la Sicilia) (Nota), con l'unica esclusione dei collaterali del padre del primo investito.

Queste in sintesi le norme successorie vigenti nelle provincie napoletane, quando sopravvenne, preceduta dalle armi francesi, l'abolizione della feudalità.

 

cfr.: L. Buccino, La XIV disposizione transitoria e finale della nuova Costituzione e la cognomizzazione dei predicati in rapporto alla successione nobiliare femminile nelle provincie napoletane, Fausto Fiorentino Editore, Napoli, 1957, capitolo 1: "Cenni sulla successione feudale femminile fino al 1806", pag. 18:

 

 

Vale la pena ancora di ricordare un punto, al fine anche di confutare definitivamente talune dicerie circolanti anche nel web, secondo le quali il Regio Assenso (detto anche Reale Beneplacito) sarebbe stato sempre necessario nella trasmissione ereditaria dei titoli nobiliari, specie nel caso di trasmissione per linea femminile, ossia attraverso la cosiddetta Succesione Femminile Napoletana.
Niente di più falso.
Infatti  il Regio Assenso non era necessario ne' richiesto nel caso della semplice trasmissione del titolo, quando esso fosse divenuto solo onorifico, ovvero svuotato del suo legame con un bene feudale (o al limite anche suffeudale), come nei casi di successioni seguite alla vendita del feudo con la formula "extincto seu retinenti titulo", quale é esattamente il caso di cui ci si sta occupando nel presente studio.
Tale trasmissione dei titoli - come concordano i maggiori giuristi antichi e contemporanei - costituiva un "diritto perfetto", che non necessitava di nessuna conferma, ma poggiava la sua legittimità sulla normale successione ereditaria di padre in figlio ( o di padre in figlia o di madre in figlio, nel caso del Regno di Napoli dov'era in vigore, com'è noto, la Successione femminile napoletana) che fosse appunto coerente con le leggi successorie in vigore all'epoca della successione stessa del titolo.  A conferma di quanto esposto sarà utile ricorrere nuovamente al giurista Buccino:

 

Citazione:
Nel Napoletano, infatti, mentre per le trasmissioni dei titoli nobiiari-feudali occorreva, — ai sensi della prammatica20 »de feudis » ed agli effetti principalmente fiscali, — la registrazione ed il pagamento del «rilievo», non vi era alcuna formalità per le trasmissioni dei titoli soltanto onorifici, purché si fossero verificate nella concessione originaria : e ciò in virtù del principio che la concessione originaria spiegava la sua efficacia « nunc prò tunc » *
____________________________
* In senso conforme e costante si è, successivamente, pronunziata la Corte di Cassazione con molteplici arresti, anche in relazione alle refute: cfr. sent. Cassazione Napoli del 28-8-1904, in c. Procaccini-Lucchesi Palli (in Giur. It. 1905, I e. 1325), arresto della Corte di Cassazione di Roma dei 3-4-1905, in causa Min. Int. - Sabini, (in Giur. It. 1905, I, col. 696 e segg.), nel quale venne affermato che da quando « i titoli nobiliari furono ridotti a mere distinzioni onorifiche ed a semplici aggiunte al nome di famiglia non occorreva più la investitura personale » che, con l'evoluzione del sistema feudale, era finita con l'essere rappresentata dal «rilievo».
Con la stessa sentenza la Corte Regolatrice affermò che la prammatica 20 aveva prescritta la registrazione nei Quinternioni
« per assicurare il pagamento delle prestazioni fiscali nel passaggio del dominio dei feudi e non per il solo titolo
. D'altronde quella registrazione era nell'interesse del fisco e non delle parti e trattavasi, quindi, in ogni caso di nullità relativa e non assoluta-».
crf. L. Buccino, op. cit., pagg. 24 e 25.


Vedi anche: La necessità del Regio Assenso (Reale Beneplacito) nella legislazione nobiliare napoletana con particolare riferimento alla Successione femminile dei titoli nobiliari

 

 

- Da Mario Sanseverino, quindi,  ereditò i titoli l'unica figlia, Donna Vittoria Sanseverino (che sposò il barone Sante di Leo, patrizio di Nocara in Calabria) secondo le leggi successorie del'epoca che prevedevano appunto la Successione Femminile, in mancanza di eredi maschi, com'era appunto il suo caso. La successione ai titoli di donna Vittoria e della sua discendenza si concretizzò quale  "diritto perfetto", come si è visto più sopra, non necessitando di alcun Regio assenso che la legittimasse o comprovasse in alcun senso (11).

Comunque lo stesso Mario Sanseverino, con atti pubblici del 17 gennaio 1759 e successivo del 6 aprile dello stesso anno (entrambi conservati in Archivio di Stato di Salerno, Fondo Notarile, Notai del Distretto di Campagna (SA), busta 680, ff. 9r -12v) e riportati dal Cianci di Leo, 1902, op. cit.) rogante il notaio Blasio Cantalupo di Campagna, volle prendersi cura di comprovare pubblicamente tale eredità successoria, cedendo il diritto di trasmissione del cognome, dei beni e dei titoli al nipote ex filia - figlio primogentio della suddetta Donna Vittoria Sanseverino di Càlvera e San Donato - Francesco di Leo Sanseverino "con l'obbligo per se' et soi descendenti d'aggiungere i titoli e l'arme della Casa Sanseverino" e "che detto D. Francesco e li soi eredi debba e debbano unire al loro cognome il Casato Sanseverino" (f. 11r) . 

(Anche l'ultima edizione dell'Annuario della Nobiltà Italiana riporta come " A seguito del matrimonio del Barone Sante di Leo da Nocara con Donna Vittoria Sanseverino, ultima duchessa di San Donato" i titoli di "Duchi di San Donato, Duchi di Policastrello,  Baroni di Càlvera, Baroni di Casaletto, Baroni di Battaglia, finirono in Casa di Leo, che unì alla propria l'arme Sanseverino" vedi: AA. VV, Annuario della Nobiltà Italiana, 2010, Scheda famiglia Di Leo, vol. III pag. 327. E lo stesso ha riconosciuto l'Ordine Costantiano (ramo spagnolo) nel processo di ammissione del Cav. jure sannguinis, Don Daniele di Leo)

 

- Francesco di Leo Sanseverino (marito di donna Anna Colombo, nobile di Colliano), in quanto figlio maschio primogenito , ereditò dunque legittimamente dalla madre, sempre secondo le leggi successorie vigenti, i titoli di questo ramo dei Sanseverino.

 

- Egli ebbe un figlio maschio, don Gaetano di Leo Sanseverino (n. 1766) che morì celibe, un'altro maschio, don Giuseppe Gaetano morto bambino a sei anni di età (n. 1760 + 1766) e due femmine, delle quali donna Margherita di Leo Sanseverino si fece monaca nel monastero di San Filippo e Giacomo di Campagna col nome di suor Maria Fedele (n. Campagna SA 2 mar. 1762 + ivi 27 giu. 1840), per cui la sorella, unica superstite, Donna Chiara (Maria Gaetana) di Leo Sanseverino, (n. a Campagna SA, il 13 Aug 1763, che sposò nel 1784 il barone Cav. Alfonso Pacelli, di Balvano) ottenne il legittimo possesso di tutti i beni e i titoli paterni, sempre secondo le leggi successorie femminili napoletane vigenti, tanto é vero che nei documenti coevi è sempre citata come " de' Duchi di S. Donato", come si può ben vedere dal documento sotto riportato, ovvero la "Fede notarile dei capitoli per il matrimonio tra "la S.ra D. Chiara di Leo Sanseverino de Duchi di S. Donato della Città di Campagna" e "il S.re D. Alfonso Pacelli figlio del S.re D. Gerardo, Barone Pacelli, della Terra di Balvano", del 16 aprile 1784, per Notaio Domenico Greco di Colliano (SA) (in Archivio privato dei Baroni del Mercato, Busta 18 - Fondo Pacelli -Sanseverino, fasc. 8. I capitoli matr., redatti  dalllo stesso notaio, in data 5 febbraio 1783, sono in ASS, Fondo Notarile, Notai del Distretto di Campagna).

 

- Donna Chiara di Leo Sanseverino ebbe soltanto figlie femmine dalla sua unione con il barone Pacelli, e la primogenita fu Donna Marianna Pacelli di Leo Sanseverino, di cui si dà di seguito la discendenza, la quale ereditò dalla madre - sempre in mancanza di eredi maschie e secondo le leggi successorie napoletane dell'epoca - tutti i titoli. Essa sposò nel 1805 l'UJD barone don Francesco Antonio, erede del ramo primogenito dei baroni Del Mercato, 12° barone della Foresta del Cilento , 4° barone di Rutino e Monteforte, 15° barone di Giungano signore de' Mattarellis etc. (n. a Laureana Cilento SA il 12 sett. 1774 e morto a Campagna SA nel nov. 1859). Le sorelle ultrogenite furono: Donna Costanza, che sposò don Pietro Acciari dei baroni di Sala (nato ca. 1787 - morto 1868); Donna Luigia che sposò Don Vincenzo Sanniti; Donna Maria che morì nubile e Donna Vincenza che sposò don Nicola Farenga da Muro Lucano, dal quale matrimonio discesero i Cianci di Leo Sanseverino che ottennero, in virtù della comune discendenza da questo ramo dei Sanseverino, di aggiungere al cognome Cianci quelli di Leo Sanseverino, appunto

 

- Ereditò legittimamente i titoli dalla madre (sempre secondo la successione femminile vigente), il primogenito di Donna Marianna Pacelli di Leo Sanseverino, barone don Valerio Antonino Vincenzo del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino,  5° barone di Rutino e Monteforte, 13° barone di Calvera e 9° duca di San Donato, 13° barone della Foresta del Cilento 16° barone di Giungano etc., nato a Campagna SA il 19 gen. 1823 e morto a Laureana Cilento il 22 feb. 1879.  Ingegnere, svolse la professione a Roma e fu fondatore della Società Produttrice di Laterizi con 15 fornaci, da Agropoli alla Calabria, Partecipò ai moti del '48, comandando una colonna di insorti. Condannato dai Borboni, la pena gli venne communtata in ergastolo alla Favignana, ma scelse l'esilio, prima in Toscana poi in Piemonte, da cui ritornò il 13 agosto 1860 e dove conobbe e sposò Donna Vittoria Verando, da Alessandria (12).

 

- Donna  Maria Antonia del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino di Calvera, fu l'unica erede successibile, in quanto i maschi Duilio e Pietro morirono senza discendenza e le sorelle Corinna, Elena, Francesca, Iole e Merope erano tutte ultrogenite. Essa dunque successe legittimamente al padre in assenza di eredi maschi con discendenza e quale figlia primogenita, in base alle leggi successorie femminili in vigore. Sposò il nobile avvocato don Pasquale Lebano, nato a Lustra Cilento SA il 21 dic. 1846 dal quale ebbe il primogenito

 

- Avvocato don Raffaele Lebano Pacelli del Mercato di Leo Sanseverino, nato a Laureana Cilento il 2 giugno  1899 e morto a Salerno il 1° gen. 1970, il quale ereditò legittimamente i titoli dal padre divenendo 11° duca di San Donato, 15° barone di Calvera, 15° barone della Foresta del Cilento, 18° barone di Giungano etc. Sposò a Salerno l'11 set. 1925 la Nobil Donna Emilia Maria Modestina Carucci Capone, dei baroni di Acernise, figlia del celeberrimo storico del meridione nob. Prof. Carlo Carucci, autore tra l'altro del Codice Diplomatico Salernitano e sorella di Monsignor Arturo Carucci, anch'egli insigne storico e Prelato d'onore di Sua Santità.

 

- Da essi nacque la femmina primogenita, Donna Marina Augusta Michela Lebano Carucci del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino di Calvera e San Donato, nata a Salerno il 29 Set 1930 e morta a Pescara il 25 giu. 2003, che ereditò i titoli paterni de jure quale 12a duchessa di San Donato, 16a baronessa di Calvera, 16a baronessa della Foresta del Cilento, 19a baronessa di Giungano etc. Sposò nel Duomo di Salerno il 2 set. 1953 il Marchese Ingegnere don Giovanni Lupis Macedonio Palermo dei principi di Santa Margherita, 12˚ duca di Grottolelle etc, genitori dell'attuale

 

- 13°  Duca di San Donato, marchese don Marco Lupis Macedonio Palermo dei principi di Santa Margherita de Luna d’Aragona Sanseverino di Càlvera e San Donato n. a Roma nel 1960
 

In virtù di tale provata e documentata discendenza dai Sanseverino baroni di Calvera e duchi di San Donato, questa linea ottenne la conferma dei propri diritti con Decreto Reale del 5 ottobre 1888 (come risulta dal fasc. 1308, aperto ad istanza del Cav. Nicola Cianci, presso la ex Consulta Araldica del Regno d'Italia, in Archivio Centrale dello Stato, Archivio della ex Consulta Araldica, Roma-Eur, citato in Cianci di Leo, 1906, op. cit., pag. 8).
(13)

 

 

 

Fede notarile dei capitoli per il matrimonio tra "D. Chiara di Leo Sanseverino de Duchi di S. Donato" e il "Barone don Alfonso Pacelli della Terra di Balvano", 16 aprile 1784

Notar Domenico Greco di Colliano (SA), Archivio privato dei Baroni del Mercato, Busta 18 - Fondo Pacelli - Sanseverino, fasc. 8. (Per leggere il documento integrale: pag. 1 - pag. 2)

 

 

 

 

Linea di successione da Mario Sanseverino                                                                                                                                      Linea di Successione  da Antonio Ametrano  

SUCCESSIONE DELL'ANTICO ORIGINARIO TITOLO FEUDALE DI DUCA DI SAN DONATO

 

Donna Marianna Pacelli di Leo Sanseverino, baronessa di Càlvera,

figlia di Donna Chiara di Leo Sanseverino e del Barone Don Alfonso Pacelli di Balvano

VIII duchessa di San Donato e Policastrello.

Baronessa Pacelli di Balvano (PZ) 

Pacelli: d'azzurro alla campagna di verde, sormontata da un bue al naurale, sormontato da tre stelle d'oro

Erede del ramo dei baroni di Càlvera e duchi di San Donato della grande casa principesca dei Sanseverino, primi principi del Regno e principi di Salerno.

 

 La sua discendenza aggiunse il cognome Sanseverino in quanto la Pacelli fu discendente

di Mario Sanseverino, IV duca dell'antico originario titolo di San Donato il quale,

con atto del del 17 gennaio 1759 cedeva il diritto di trasmissione del cognome

a tutti i discendenti dell’unica figlia femmina, Vittoria Sanseverino di Càlvera e San Donato,

che sposò il barone Sante di Leo, patrizio di Nocara in Calabria, da cui Francesco di Leo Sanseverino

(sp. donna Anna Colombo, nobile di Colliano), da cui Chiara di Leo Sanseverino dei baroni di Càlvera

che sposò il barone Cav. Alfonso Pacelli, di Balvano, ed ottenne il legittimo possesso di tutti i beni e i titoli paterni, da cui nacque la suddetta Marianna.

Mario Sanseverino di Càlvera si intitolò IV duca di San Donato per essere sopravvissuto

all’altro ramo della linea di Càlvera estintosi con Anna, III duchessa di San Donato,

figlia di Francesco, II duca di San Donato.

Rivendicò inoltre le baronie di Casaletto e Battaglia, in virtù dell’istrumento del notaio Mascolo

in data 25 luglio 1706, dal quale risulta che i genitori di lui, Orazio Sanseverino e Margherita dei baroni Gallotti, così come l’avo Giovan Francesco Sanseverino e la moglie Laura Grandonio, baronessa di Battifarano,

vantavano non poche ragioni su questi feudi.

Sposò il

Barone Francesco Antonio del Mercato e Mandina (n. 1774 +1859)

(4˚avo del marchese don Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita)

IV barone di Rutino e Monteforte

barone di Giungano signore de’ Mattarellis

Commissario repubblicano per l’insurrezione del ’99, con compiti di coordinamento e direzione per tutto il Cilento, andò esule in Francia per sfuggire alla condanna a 10 anni di carcere duro, da cui rientrò dopo l’amnistia nel 1801. Partecipò a tutti i moti rivoluzionari del 1820, ’28 e ’48 e per questo venne incarcerato molte volte. Membro di diritto della Gran Dieta della Lucania della Carboneria, promotore della setta La Propaganda, fondatore della Giovane Italia a Salerno, governatore e giudice del circondario di Vibonati (1807), giudice di Campagna (1814) e amministratore della Real Tenuta di Persano.

 

 Don Valerio del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino di Càlvera (n. 1823 +1879) (3˚avo)

IX duca dell'antico originario titolo di San Donato e Policastrello

V barone di Rutino e Monteforte

V Barone di Giungano e XIII signore de’ Mattarellis. XIV Barone di Càlvera

Ingegnere, partecipa ai moti del ’48, comandando una colonna di insorti. Condannato dai Borboni, sceglie l’esilio, prima in Toscana poi in Piemonte, da cui ritorna il 13 agosto 1860.

Sp. ad Alessandria D. Vittoria Verando

׀

 Donna Antonietta del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino di Càlvera (1870-1912) (bisava)

X duchessa dell'antico originario titolo di San Donato e Policastrello

Ultima di sua famiglia

VI Baronessa di Rutino e Montefort e, VI Baronessa di Giungano, XIV signora del feudo de’ Mattarellis. Erede dei baroni Sanseverino di Càlvera e duchi di San Donato

Sp. nob. don Pasquale Lebano e Celio

׀

 Don Raffaele Lebano del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino di Càlvera (1899-1970) (avo)

XI duca dell'antico originario titolo di San Donato e Policastrello

VII barone di Rutino e Monteforte, XVIII di Giungano, XVI di Càlvera, XV signore de’ Mattarellis, 

IX signore della Foresta del Cilento. Avvocato e giurista (+1970)

 

I Lebano risultano ascritti tra le famiglie nobili di Lustra Cilento fin dal XVI secolo e si imparentarono con i principi di Tocco, i conti Antamoro, i Monaco-La Valletta duchi di Sasso, i principi Capece Minutolo, i principi Granito Pignatelli di Belmonte, i Pinto baroni di San Martino, i marchesi Medici del Vascello.

Il magnifico Andrea Lebano é qualificato nobile vivente nel catasto onciario di Lustra del 1765. Giovanni Lebano fu scrittore e saggista a Napoli nel 1860. Gaetano fu ufficiale alla corte borbonica, Pietro Lebano, medico, patriota e garibaldino, per sfuggire ai Borboni fuggì in India dando origine al ramo indiano della famiglia, Felice Lebano detto Felix (n. 1841) musicista, arpista, fondò e diresse la più grande orchesta di sole arpe mai esistita, dopo essersi trasferito in Uruguay. Andrea fu ambasciatore dei Borbone e ministro in Uruguay, Francesco (n. 1837), fu segretario della Real Casa di Borbone e sposò Rosa dei principi Capece Minutolo.

Sp. nob. D. Emilia Carucci Capone, dei baroni di Acernise

figlia dello storico del meridione nob. Prof. Carlo Carucci, dei baroni di Acernise, autore tra l’altro del Codice Diplomatico Salernitano e sorella di Monsignor Arturo Carucci, storico anch’egli, prelato d’onore di Sua Santità. I Carucci si intestarono baroni di Acernise, per avere il nob. Domenico Carucci di Olevano sul Tusciano (ottavo avo di D. Emilia Carucci) ereditato dalla moglie Caterina de Sio la quarta parte del feudo di Acernise, in territorio di Eboli, il 27 febbraio 1628, alla quale era stato concesso dal padre che l’aveva acquistato da Donato Corcione per atto del notaio del Grosso di Olevano.

Donna Emilia Carucci Capone era nipote di Sua Eminenza Monsignor Raffaele dei nobili Capone (1829-1908), direttore dei monasteri di Salerno, vescovo di Muro Lucano e assistente al soglio pontificio, a cui venne dedicato un monumento funebre nella cattedrale di Muro Lucano, e del nob. don Cristoforo Capone (1820-1899), chirurgo della Real Marina borbonica, medico personale del re Ferdinando II e chirurgo di camera di Francesco II di Borbone, che accompagnò nella fuga a Vienna la principessa Maria Immacolata di Borbone, sorella di Francesco II, moglie dell’arciduca Carlo Salvatore d’Asburgo-Lorena e seguì il sovrano nell’esilio, rimanendo a Parigi fino al 1882. Venne insignito della croce dell’Ordine Costantiniano da Ferdinando II, della commenda dell’Ordine di Francesco Giuseppe e di quella dell’Ordine di San Gregorio Magno da Papa Pio IX.

La nob. Donna Emilia Carucci Capone discende anche dalla famiglia dei baroni Denza, feudatari di Olevano sul Tusciano, per il matrimonio del suo quinto avo, il magnifico Francesco Carucci (n. 1700) con la nob. Donna Giovanna dei baroni Denza di Olevano e dalla famiglia di Torquato Tasso per il matrimonio del nob. Donato Capone con la nob. D Dianora Tasso, della famiglia del sommo poeta, avvenuto nel 1711.

׀

 Donna Marina Lebano Carucci del Mercato Pacelli di Leo Sanseverino

di Càlvera (madre)

XII duchessa dell'antico originario titolo di San Donato e Policastrello

n. Salerno 29 settembre 1930 + Pescara 25 giugno 2003

 

VIII baronessa di Rutino e Monteforte, XIX di Giungano, XVII di Càlvera, XV signora de’Mattarellis, X signora della Foresta del Cilento.

Secondo l’atto pubblico del 17 gennaio 1759 in cui Mario Sanseverino di Càlvera cedeva il diritto di trasmissione del cognome all’unica figlia femmina, Vittoria Sanseverino di Càlvera (sua 6˚ava), diritto confermato con Regio Decreto del 5 ott. 1888 in favore del trisavo Valerio del Mercato, ha esercitato il diritto di trasmettere ai figli cognome e titoli dei Sanseverino, baroni di Càlvera e duchi di San Donato

Con la sua morte, inoltre, si estingue anche il ramo primogenito dei baroni del Mercato Sanseverino, con conseguente diritto a trasmettere ai figli anche i titoli di questo ramo dei del Mercato, baroni di Giungano, signori de’ Mattarellis e della Foresta del Cilento.

 Sp. marchese ingegnere don Giovanni Lupis Macedonio Palermo

dei principi di Santa Margherita,

barone di Castania e Cuzzoghieri, duca di Grottolelle etc, di Grotteria

׀

duca e marchese don Marco Lupis Macedonio Palermo dei principi di Santa Margherita de Luna d’Aragona Sanseverino di Càlvera e San Donato

n. a Roma 10 agosto 1960

XIII duca dell'antico originario titolo di San Donato e Policastrello (10)

12˚ duca di Grottolelle, 14˚ marchese di Tortora, 11˚ marchese di Ruggiano, 10˚ marchese di Oliveto, 8˚ marchese di Capriglia, marchese di Villa, Conte Palatino, 20˚ barone di Giungano, 18˚ barone di Càlvera, 13˚ barone di Poligori, 12˚ barone di Castania e Cuzzoghieri, barone di Bisaccia, barone della Corrija di Badolato, barone di Amato, 16˚ signore de’ Mattarellis, 11˚ signore della Foresta del Cilento, 11˚ signore dell’isola di Nisida, signore feudale di Grotteria con Siderno, Martone, San Giovanni e terre annesse, e di meta’ del feudo di Ragusia (Gioiosa Jonica), nobile dei principi di Santa Margherita e Santo Stefano, nobile dei marchesi di Calorendi, nobile dei baroni di Martini, Mili, Capodarso, Bulgarano etc., nobile del Sacro Romano Impero, patrizio di Giovinazzo, patrizio di Messina, patrizio di Antiochia, patrizio di Amantea.

 

  

SUCCESSIONE DEL NUOVO TITOLO FEUDALE DI DUCA DI SAN DONATO, CREATO ex novo

 

Antonio Amitrano o Ametrano

figlio di uno scrivano della Regia Camera della Sommaria

Arricchitosi con l'esercizio dell'arrendamento dei sali della Calabria.

Comprò le terre di Roggiano, San Donato e Policastrello ed il feudo di Larderia

che erano state subastate nel Sacro Regio Consiglio dai creditori dei Sanseverino

per (la bella cifra di) ducati 72.000, con R.A. 25 gennaio 1664, registrato nel Quint. 118, f.75,

nel quale si dichiara che il titolo ducale feudale dei Sanseverino

è da considerarsi estinto, ovvero che
 tale vendita all'Ametrano venne fatta "renitenti titulo"

essendosi estinto cioe con la vendita, l'antico titolo feudale di duca di San Donato e Policastrello,

dunque senza il passaggio dello stesso al compratore dei feudi, titolo che rimaneva invece negli aventi causa degli antichi feudatari.


 
Il motivo del diniego del passagio, insieme al feudo, dell'antico titolo feudale dei Sanseverino all'Ametrano da parte del sovrano allora regnante, Filippo IV, va ricercato proprio

nell'esistenza di un altro ramo dei Sanseverino, legittimo pretendente all'eredità del titolo

 il quale, nella persona di Mario Sanseverino dei baroni di Càlvera aveva già fatto presente

i suoi diritti e le sue ragioni presso la Corte e quindi la stessa Corte "congelò" qualunque pretesa sul titolo medesimo.
Morto poi Filippo IV, che non aveva permesso il passaggio dell'antico titolo feudale di San Donato all'Ametrano questi, grazie alle sue "entrature" soprattutto economiche

e alla sua influenza sul giovane, inesperto  e malaticcio nuovo sovrano,

Carlo II (salito al trono il 17 settembre 1665 a 4 anni di età e regnante pochi anni,

fino alla sua morte, avvenuta il 1 novembre 1700), riuscì ad ottenere

una concessione ex novo

(quindi NON un riconoscimento del passaggio dell'originario titolo feudale)

del titolo di San Donato con privilegio di re Carlo II dato in Madrid il 27 febbraio 1668.

(vedi nota 5)  
 Privilegio al quale subito si "oppose" "legalmente" il legittimo erede dei Sanseverino.

 

Interessante il ritratto che ne fa l'estensore delle Notizie d'alcune Famiglie popolari della Città e Regno di Napoli divenute per ricchezze,e dignità riguardevoli.D'incerto Autore (ma attribuito al Confuorto), pubblicato a cura di Zini,M.-Masetti,S.-Della Cella,A., Genova, 1990, a pag.5:

"Della famiglia Ametrano: da pochi anni in qua un ramo di questa famiglia è sorto dal popolo napolitano, restando sino ad ora altri della medesima nello stato primiero facendo il mestiere dell'arte della seta con vender drappi nella Strada degli Armieri, assai commodi di ricchezze. Il ramo però, che come si disse è sorto sopra gl'altri della famiglia è quello d'Antonio Ametrano, primo Duca di Santo Donato, il di cui padre essendo Scrivano del Tribunale della Regia Camera della Summaria, con ayuto di Ferrante Ametrano Ragionale di detto Tribunale suo parente, fu mandato per commissario de' Controbandi de' Sali nelle Calabrie, col quale officio s'accomodò molto bene: indi per molti anni tenne l'Appalto dell'Arrendamento de' preditti Sali, nel quale oltremodo s'arricchì, e col cumulo delle ricchezze gli venne pensiero di far la sua casa grande con titoli, e signorie de' vassalli, ed al pensiero seguì l'effetto. Perché vendendosi ad istanza de' creditori lo stato di Santo Donato, consistente in quattro buone Terre in Calabria, lui ne fe' compra e n'ebbe il titolo di Duca."

Degno di nota il fatto che l'autore del manoscritto lo definisce correttamente  "PRIMO duca di San Donato, e non QUINTO duca , come sarebbe stato se fosse succeduto (come infatti NON successe) nell'antico titolo ducale dei Sanseverino)

 

Come scrive lo studioso Mario Pellicano Castagna "In merito al titolo di Duca di San Donato, non deve far meraviglia la coesistenza di due diversi titoli infissi sullo stesso predicato, essendo essa perfettamente compatibile con le leggi feduali e nobiliari del Regno."

 

Sp. una sorella di Cesare Carrara di Napoli

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Don Francesco Ametrano

II duca del nuovo titolo di San Donato

Nel 1681 aveva acquistato la terra di Ioggi che aveva poi subito rivenduto a Tommaso Firrao,

principe di Sant'Agata.

Morì a Roggiano il 14 ottobre 1725

Sp. una sua cugina, figlia di GiovanFrancesco Greuther e di Cecilia Carrara

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Donna Ippolita Ametrano

Sp. Don Lucio Cavalcanti, Barone di Bonvicino dal 1681.

Nel 1717 prende in affitto il territorio di Maierà fino al 1722.

Nel 1720 gli viene concesso il
titolo di Duca di Bonvicino

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Donna Maria Cavalcanti di Buonvicino

+ 1764

eredita dallo zio Gaspare Ametrano nel 1732 i feudi di San Donato, Grisolia,
Roggiano Gravina, Santa Caterina, Policastrello e Larderia.

Infatti sia lo zio Ferdinando Ametrano, deceduto ivi il 9 novembre 1725

che l'altro fratello Gaspare Ametrano, morto  il 2 dicembre 1732,

morirono improle,

e con loro dunque si sarebbe comunque estinta anche questa "breve" linea di successione dei titoli nata dall'acquisto degli ex feudi dei Sanseverino e dalla concessione di un nuovo titolo.

Sp. Paolo Maria Sambiase duca di Malvito (1710-1770)

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Don Francesco Saverio Sambiase

(n.10 dicembre 1733  † 8 agosto 1791)

4° Duca di Malvito e 5° Principe di Bonifati dal 1770,

Duca del nuovo titolo di San Donato per successione materna, Con istromento rogato per Notar Giuseppe Cantilena in Napoli in data 10 agosto 1788, cedeva, refutava e renunciava al titolo di Duca, che aveva sulla Terra di San Donato, in favore di D. Ippolita Comite, Marchesa d'Avena, il cui Reale Assenso fu registrato nel Quint. 325, f. 31t - 42.

Patrizio di Cosenza.
Sp. 9 marzo 1777 Marianna Sambiase, figlia di Ignazio, Patrizio di Cosenza,

e di Carmela Sebastiani (* 24-II-1750 † 19-III-1791)

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Don Paolo Sambiase

(n. 22 gennaio 1781 † 24 aprile 1840),

5° Duca di Malvito, 6° Principe di Bonifati e Duca del nuovo titolo di San Donato dal 1791, Patrizio di Cosenza (fino all’abolizione di tale patriziato).
Sp. 13 novembre 1808 Donna Beatrice Perrelli

figlia di Don Giuseppe dei Duchi di Monasterace e di Maria Cristina Bassano

dei Marchesi di Tufillo (* 4-IX-1795 † 26-III-1878)

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Don Gennaro Sambiase
(n. 8-IX-1821 † 27-X-1901)
detto Duca del nuovo titolo di San Donato in quanto successo al fratello Don Giuseppe morto senza discendenza a Napoli il 26 settembre 1908),.
Sp. 6 novembre 1869 Maria d’Alessandro Vigo († 1-III-1917).

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Don Tommaso Ladislao Sambiase

(n. Napoli 14 gennaio 1881 † ivi 197…)

8° Duca di Malvito, 9° Principe di Bonifati e Duca del nuovo titolo di San Donato dal 1929.

Sp. Napoli, 20-VII-1840

Margherita Nardi Senza discendenza (9).

 

 

 

 

 

Genealogia dei Sanseverino, duchi di San Donato

 

 

 

 

NOTE:

 

1) Archivio della Corona de Aragon - Bercellona (Spagna). C. Reg. 3940, 363v.
PRIVILEGIO DI CARLO V, Ratisbona, 2 settembre 1532: reintegrazione del Barone Pietro Antonio Sanseverino nei feudi di San Donato e Policastrello.
A Petrj Antonj de San Severino
CAROLUS rex Recognosimus et notum facimus tenore presentium universis quod cum parte Petrj Antonj de San Severini baronis santi donati fuerit nobis reverenter expositum illustrem quondam Bernardinum Principem Bisignani assensu regio jntercedente donasse Francisco sanseverino iusdem exponentis patrj feudum de Campo male in prrtinentiis Cassani provincie calabrje posteaque ipsum principem criarum (?) eodem Francisco jta permutasse eu dictum feudum ipsi principi duoque castella nominata Sancto Donato et policastrello jn eadem provintia sita ipsi Francisco remanerent deinde tempore ultime jn nostrum Citerjorjs Sicilie regnum jnvasionis modernum principem Bisignanj sub pretextu ribellionjs eidem Francisco prefata castella adstulisse quo mortuo superstite eodem exponente eius filio cum ipse apud commissarjos nostros generales in causis rebrllium eiusdem regnj memoriam suj patrjs ab ea culpa et crimine liberasset, jndultumque assesutus fuisset reintegratio namque dictorrum castellorum quatemus ad regiam curiam spactabat ipsum Illustrem principem Bisignanj juxta formam decreti dictorum commissarjorum ipsi exponenti possessionem dictorum castellorum restituisse ipsumque de eis in presentiarum prò se suisque heredibus et successoribus investire velle humiliterque supplicatum ut investiture fiende assentire et consentire nostrumque beneplacitum et assensum interponere dignaremur nosque honestis subditorium nostrorum petitionibus benigne annuentes tenore presentium nostrj ex certa scientia deliberate et consulto ex grazia speciali Regiaque authorjtate nostra investiture prefatorum castellorum sic ut permittitur fiende per principem Bisignanj predictum omnibusque in ipsa continendis juxsta ipsarum formam quatemus vite rectque procedant prope tanguntur naturaque feudi in aliquo non mutata non obstante quod super tanguntur naturaque feudi in aliquo non mutata non ostante quod super bonjs feudalibus procedendum sit assentimus et consentirne nostrmque prestamus beneplacitum et assensum ac decretum interponjmus vinque robur et authoritatem nostrani impartimur omnjaque et singula jn prefata investitura fienda contanta que presentibus haberj volumus prò expressis et expecifice declaratis ac si essent inserta et particolariter annotata confirmamus acceptamus ratificamus et approbamus nostroque confirmationjs acceptationis ratificationis munjmine roboramus que eidem exponenti suisque heredibus et successoribus perpetuo stabilem realem et velidam ac firmam esse nullumque jn judicijs aut extra jmpugnationis obiectum defectus jncommodum aut noxe
cuiusjbet alterius detrimentum sentire jubemus sed in suo semper robore et firmitate persistere fidelitate tamen nostra feudali quoque servitio seu adoha nostrsque alijs et alterius juribus reservatis Ill/mo proptera Philippo Asturiarum et Gerunde principi filio primigenito nepotique nostro diarissimo et in omnibus regnis et domjnijs nostris deo propitio immediato heredi et legittimo successori intentum adorientes nostrum sub paterne aviteque benedictionjs obtentu dicimus eumque rogamus Illustribus quoque spectabilibus et magnifici dicti nostri Citerioris Sicilie regni viceregni locumtenentis et capitanes nostro generali magno camerario prothonotarjo magistro justiciarjo eorumque locutentibus presidentibus et rationalibus camere nostre Summarje Sacro Consilio Sancte Clare regenti et judicibus magne Curie vicarje Scribe rationum thesauraris generali seu id officium regenti Caterisque demum unjversis et singulis officialibus trjbunalibus et subditis nostris majoribus et mjnoribus quovis nomine nuncupati officio titulo authoritate potestate prehemonentia et jurisdictione fungentibus ad quos spacatabit prescntibus et futurjs dicjmus et districte precipiendo mandamus ut omnia et singula desuper contenta teneant fìmmijter et observent tenerique et observari jnviolabiliter faciant atque mandent per quoscumque jxta presentium continentiam at tenorem plenjores contrarjum nullatenus tentaturj aut tentarj permjssurj ration aliqua sine causa si dictus Illustruissimus princeps nobis moregenere cupit ceterj vero preter jre et jndignationis nostre jncursum penam ducatorum aurj duorum millium nostris jnferendorum erarijs cupiunt evjtare in quorum fidem presentes fieri jussimus nostro magno negociorum Sicilie Citerioris regni Sigillo impedenti munite.
Date jn Civitate nostra jmperiali Ratisbona die secundo mrnsis septembris anno a nativitate domjni millesimo quingentesimo tricesimo secundo Imperi nostri duocedimo Rrgnorum autem nostrorum rex
Yo El Rey
Vidit Perremotus per prot..
et magno Camerario Vidit Leg Sanchez Registrata
thes. generalem S/at Duos ij... ij Camalonga per tax.re
Sacra Cesa & Catho.ca Ma.tas manu mihi Joannj de Camalonga
2)  Títulos nobiliarios concedidos por Monarcas españoles en Nápoles existentes en el archivo general de Simancas, p. 1039-, "Duques - San Donato - A Escipión Sanseverino. Valladolid, 29 de septiembre de 1602"

3) Interessante il ritratto che ne fa l'estensore delle Notizie d'alcune Famiglie popolari della Città e Regno di Napoli divenute per ricchezze,e dignità riguardevoli. D'incerto Autore (ma attribuito al Confuorto), pubblicato a cura di Zini,M.-Masetti,S.-Della Cella,A., Genova, 1990, a pag.5:
"Della famiglia Ametrano: da pochi anni in qua un ramo di questa famiglia è sorto dal popolo napolitano, restando sino ad ora altri della medesima nello stato primiero facendo il mestiere dell'arte della seta con vender drappi nella Strada degli Armieri, assai commodi di ricchezze. Il ramo però, che come si disse è sorto sopra gl'altri della famiglia è quello d'Antonio Ametrano, primo Duca di Santo Donato, il di cui padre essendo Scrivano del Tribunale della Regia Camera della Summaria, con ayuto di Ferrante Ametrano Ragionale di detto Tribunale suo parente, fu mandato per commissario de' Controbandi de' Sali nelle Calabrie, col quale officio s'accomodò molto bene: indi per molti anni tenne l'Appalto dell'Arrendamento de' preditti Sali, nel quale oltremodo s'arricchì, e col cumulo delle ricchezze gli venne pensiero di far la sua casa grande con titoli, e signorie de' vassalli, ed al pensiero seguì l'effetto. Perché vendendosi ad istanza de' creditori lo stato di Santo Donato, consistente in quattro buone Terre in Calabria, lui ne fe' compra e n'ebbe il titolo di Duca."
Degno di nota il fatto che l'autore del manoscritto lo definisce correttamente "PRIMO duca di San Donato, e non QUINTO duca , come sarebbe stato se fosse succeduto (come infatti NON successe) nell'antico titolo ducale dei Sanseverino)

4) Un'altro "ritratto" non proprio edificante del mercante e neo feudatario Ametrano ci dà il Caracciolo: "Costui si è sollevato a tanta empietà che oltre l'infinita e diversa barbarie usa nei poveri, e deplorevoli vassalli, che li ha indotti in un lago di miseria, e dishonori, violandoli per forza le zitelle, per ogni capriccio il fa barbaramente archibuggiare". F. Caracciolo, Il Regno di Napoli nei secoli XVI e XVII, Roma, 1966, p. 385 n. 49, citato in R. Bisignani, I Sanseverino, ramo San Donato, op. cit, p.60.

5) Va ribadito che non si può considerare in alcun modo  "normale" che un sovrano  riconoscesse  un titolo ex novo, in questo caso all'Ametrano, quando ve n'era già uno incardinato sul feudo appena acquistato. Se infatti l'Ametrano avesse avuto titolo a succedere proprio in quell'originario titolo feudale dei Sanseverino, e se il Sovrano avesse davvero voluto che vi succedesse, la cosa più logica, corretta e semplice, in una parola, l'unica da farsi secondo le leggi e le consuetudini del Regno e dell'epoca - sarebbe stata quella di consentire tranquillamente il passaggio proprio di quell'antico e originario titolo insieme al feudo, tanto più che l'Ametrano, con l'acquisto del feudo stesso, diventava comunque il nuovo feudatario (ma non il nuovo Duca).

Per quale motivo, dunque, il Sovrano non consentì questo "semplicissimo" e "chiarissimo" passaggio? Proprio perché sapeva bene che esistevano altri aventi diritto dei Sanseverino ed anche probabilmente perché non voleva che un titolo di tale "prestigio" feudale e legato alla "prima Casa del Regno" passasse "tout court" in un "nouveau riche", ex mercante e figlio di uno scrivano, come era documentariamente Antonio Ametrano. (vedi su di lui: Notizie d'alcune Famiglie popolari della Città e Regno di Napoli divenute per ricchezze,e dignità riguardevoli.D'incerto Autore (ma attribuito al Confuorto), pubblicato a cura di Zini,M.-Masetti,S.-Della Cella,A., Genova, 1990, pag.5. Degno di nota il fatto che l'autore del manoscritto lo definisce correttamente  "primo duca di San Donato, e non quinto duca , come sarebbe stato se fosse succeduto (come infatti non successe) nell'antico titolo ducale dei Sanseverino)

A tale proposito è illuminante quanto si rinviene in un memoriale conservato nell’Archivio Centrale di Simancas in Spagna (Estado, Leg. 1905, f.97) a proposito dello smembramento dell’ingente Stato dei Sanseverino di Bisignano in Calabria, dove il funzionario regio faceva presente al Sovrano che (il corsivo è nostro):
Demas que la dicha casa (Sanseverino, ndr.) como tan illustre tenia muchos privilegios muy exorbitantes […] y estos privilegios que se concedieron a la grandeca de la casa no es razon se den a un mercader que compra un lugar del dicho estado”. Cfr. G. Galasso, Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, Napoli, 1992, pag. 45.
Risulta altrettanto evidente, dalla semplice analisi storica, che vi è qualcosa di molto strano nel fatto che l'Ametrano abbia dovuto attendere ben 4 anni (dal 1664, data in cui otenne il R.A per l'acquisto del feudo di San Donato "extinto titulo", al 1668 quando riuscì ad ottenere la concessione di un nuovo titolo di duca sempre su San Donato), e soprattutto addiritura attendere la morte del sovrano sotto il quale aveva acquistato il feudo (Filippo IV), per riuscire ad ottenere un titolo tutto nuovo su quel feudo, e guarda caso proprio da un erede bambino, salito al trono a 4 anni di età e morto pochi anni dopo, come era l'inetto Carlo II (regnante dal 17 settembre 1665 al 1 novembre 1700) oltretutto in un periodo storico nel quale questo sovrano bambino e inetto - come storicamente accertato - non esercitava - ne' avrebbe potuto esercitare - alcuna reale potestà sovrana, essendo il regno "finito" nelle mani del gesuita Juan Everardo Nidhart, confessore della regina, contestatissimo, e contro il governo del quale Don José Juan d'Austria, figlio illegittimo di Filippo IV, si oppose e marciò dalla Catalogna su Madrid nel 1669, ottenendone la cacciata.
Con ogni probabilità è da far risalire proprio a questa situazione di confusione, generata dalla contestata reggenza del gesuita Nidhart, il motivo del colossale "equivoco" generatosi dalla concessione di un nuovo titolo (e in questo non vi sarebbe nulla di strano), ma identico nella scala nobiliare a quello estinto nei Sanseverino.

Come si sa infatti, era prassi frequentissima quella che i nuovi acquirenti di un feudo venissero insigniti di un titolo nuovo, quando non ottenevano (ovvero, non riuscivano ad ottenere) l'assenso al passaggio dell'antico titolo incardinato su quel feudo fino a quel momento, e che rimaneva dunque nella disponibilita degli eventuali aventi diritto degli antichi feudatari.
Però sempre tale nuovo titolo era di rango differente e inferiore, rispetto a quello antico. Tipico l'esempio del feudo di Romagnano nel Cilento, per secoli feudo della potente casata dei Ligny che lo teneva con titolo di Marchese. Nella prima metà del Settecento questi vendettero il feudo di Romagnano ai Torella, famiglia di piccola nobiltà della vicina Buccino, alla quale il sovrano dell'epoca negò l'assenso a subentrare nell'antico titolo marchionale, che venne anche in quel caso dichiarato estinto e rimase nella disponibilità degli aventi causa dei Ligny i quale ne continuarono il pacifico e riconosciuto possesso e uso (ormai a questo punto solo onorifico) per secoli. Invece i Torella otennero un nuovo titolo su Romagnano, ma come si è detto e come era nella normalità, di rango differente e più basso, ovvero quello di Barone di Romagnano, titolo con il quale vennero riconosciuti anche dalla ex Consulta Araldica del Regno.

Altro esempio in tal senso (ma se ne potrebbero fare moltissimi) è quello della vendita del feudo di Aieta da parte di Domenico Cosentino, marchese di Aieta appunto il 18 settembre 1761, il quale alienò il feudo a Vincenzo Maria Spinelli per la somma di ducati 110.850. Nel relativo Regio assenso del 20 settembre 1799 (registrato nel Quintern. 323 al fog. 129) si fa esplicito riferimento alla clausola secondo la quale il semplice titolo di Marchese di Aieta, ormai solo onorario, dovesse restare nella famiglia Cosentino e passare ai discendenti del venditore, anche eventualmente trasferito su altra terra. E infatti i titolo restò ai discendenti del Cosentino malgrado la vendita del feudo allo Spinelli, e passo alla figlia primogenita di questi, Maria Giuseppa (vedi: A. Campolongo, I cosentino di Aieta in "Araldica Calabrese", 2002, pag, 22).
Il motivo della estrema particolarità, e forse unicità della vicenda successoria e titolatoria legata a San Donato, non è causato dalla persistenza di due titoli incardinati sullo stesso feudo -  e "in capite" a due diverse famiglie/linee di discendenza come nel caso Ligny/Torella indicato più sopra a titolo di esempio - ma esclusivamente nel fatto che nel caso di San Donato tali due titoli, pur diversissimi nella loro natura (uno antico e feudale, l'altro - sempre feudale - ma di nuovissima creazione e quindi anzianità) erano (anche se solo nominalmente) identici.

6) Donna Maria Cavalcante Ametrano con il marito D. Paolo Maria Sambiase, trattò la vendita del feudo con D. Michele Campolongo, con tutti e qualsivoglia diritti giurisdizionali e specialmente colla cognizione delle prime, seconde e terze cause civili, criminali e miste, mero e misto imperio, per istrumento di Notar Teodoro di Rienzo del 18 settembre 1753. Il 31 agosto 1780 venne finalmente prestato il Regio Assenso alla vendita della Terra di San Donato in favore di D. Michele Campolongo per la somma di ducati 56.000, registrato nel Quint. 314, f. 425. L'intestazione a D. Nicola Campilongo, figlio di Michele, segui con la certificatoria del Tribunale in data 26 febbraio 1784. Va rilevato che detta vendita non venne perfezionata subito, a causa della dichiarazione che doveva fare il S.R.C. se la stessa Terra di San Donato veniva o no compresa nel gravame di centomila ducati, ingiunto nel testamento di Antonio Ametrano. Morta D. Maria Cavalcanti le successe il figlio D. Francesco Saverio Ametrano il quale, ripianati gli interessi del regio fisco per il relevio, ne ottenne in suo beneficio l'intestazione. Dichiarata allora libera dal S.R.C. la Terra di San Donato, ed essendo nel frattempo morto D. Michele Campolongo, la vendita fu perfezionata dal S. C. in persona di D. Nicola, e sulla stessa impartito il Regio assenso il 31 agosto 1780.

Morto D. Nicola Campolongo, il 17 agosto 1790, il di lui fratello D. Francesco Saverio, per Decreto di Preambolo della Gran Corte della Vicaria del 31 agosto 1791, ne fu dichiarato erede nei feudali e pagò il relevio alla regia Corte. La Regia Camera della Sommaria, il 25 settembre 1793 fece descrivere ed intestatere, nei libri del regio cedolario, la Terra di San Donato in beneficio di D. Francesco Saverio Campolongo. cfr. A. Campolongo, Note feudali su San Donato, pag. 40.

Con istromento rogato per Notar Giuseppe Cantilena in Napoli in data 10 agosto 1788, D. Francesco Saverio Sambiase Ametrano Duca di Malvito cedeva, refutava e renunciava al titolo di Duca, che aveva sulla Terra di San Donato, in favore di D. Ippolita Comite, Marchesa d'Avena, il cui Reale Assenso fu registrato nel Quint. 325, f. 31t - 42; dal che si deduce che all'epoca della vendita a D. Michele Campolongo il titolo "che prima su detta Terra caminava", era estinto.

7) Lo storico Antonio Vincenzo Rivelli nelle sue Memorie Storiche della Città di Campagna, Salerno, 1894, ci da questo ritratto del Duca Mario Sanseverino:

"Nel corso di questo secolo (il XVII, ndr) vennero a fissare il loro domicilio a Campagna (omiss...) don Mario Sanseverino duca di San Donato e barone di Casaletto, figlio di Orazio Sanseverino barone della Càlvera, per avervi sposata donna Gironima Campanino dei baroni di San Giovanni de' Zoppi, figlia di Giuseppe e di Cristiana Mantenga (omissis...). Mario Sanseverino non avendo prole dalla signora Gironama Campanino, e come che aveva una figlia dalla sua prima moglie Maria Bitonte, a nome Vittoria, già unita in matrimonio con Santo di Leo di Nucara, chiamò preso di sè a Campagna i di costoro figli, tra cui Francesco di Leo Sanseverino. (omissis...) visse una vita tanto lunga dal veder sotterra moglie e cognati e tutta la costoro proprietà passata agli eredi di sua figlia Vittoria." cfr. A.V. Rivelli, (rist. Forni), pagg. 281-283

8) After the death of the last direct duchess of San Donato, Anna Sanseverino (at the age of 9), the Crown of Naples sold the fief only (not including the title) of San Donato, to the Ametrano family. But Mario Sanseverino, the nearest cousin of duchess Anna, clime it for himself, referring to the old "privilegio" accorded and confirmed many times to the Sanseverinos.This genealogy is fully documented, and whit "Regio Decreto" on 5th October 1888, those rights was recognized by the former Kingdom of Italy. (see: "Genealogia di Ercole Sanseverino, barone di Càlvera, e suoi discendenti", Napoli 1902, and "Illustrazioni dell'albero genealogico della famiglia Cianci di Leo Sanseverino", Napoli 1906) Those facts orignated two legal claims for the San Donato title, both legal and recognized. One referring to the Ametrano-Sambiase descendants, that BOUGHT the title, without any "blood" relation whit the Sanseverinos. An other referring to the (Mario) Sanseverino-del Mercato-Lebano descendants, that INHERITED the title by direct "blood" connection with the Sanseverino. See table above.

But the "anomaly" stated below, was "resolved" in favor of the last line of succession (Sanseverino-del Mercato-Lebano) because of the death, without children's, of the last representant of the first line of succession (Ametrano-Sambiase), don Ladislao Sambiase Sanseverino, duca di Malvito and pr. di Bonifati, born in Napoli il 14 febbraio 1881 (and succeeded to his brother Paolo + 7 feb. 1929), that got no children from his marriage whit Margherita Nardi (see "Libro d'oro della Nobiltà Italiana", ediz. XX, vol. XXII, 1990-1994, pag. 538).

9) Adottò i nipoti acquisiti Giuseppe Minaci e Giuseppe Cembalo (mariti delle nipoti Angela e Maria Campenny, figlie della sorella) il 2-II-1951, senza che questa adozione avesse alcuna rilevanza dal punto di vista nobiliare e della trasmissione dei titoli

10) L'ultimo Duca Marco Lupis è stato riconosciuto nei suoi diritti ed iscritto nel  "Registro della Nobiltà Italiana - Register of Italian Nobility", nel Gennaio  2008, con i titoli di "Duca di San Donato, barone di Càlvera" etc, come risulta dalla "Rivista Nobiliare", Anno  III, n. 1 (4), pag. 6, dove si legge:
"Sono stati iscritti nel Registro della Nobiltà Italiana i Signori:
(omissis)
Don Marco Luca Lorenzo Rosario Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita,
Duca di San Donato e Policastrello, Barone di Càlvera, Barone, Patrizio di Giovinazzo (per gli altri titoli vedi in precedenza) (Grotteria-Reggio Calabria) di Don Giovanni Giuseppe Maria  e della Nob. Donna Marina Lébano Carucci Pacelli di Leo Sanseverino,  Arma: "d'azzurro ai due lupi d'oro controrampanti che reggono un cuore  di rosso"."

11) A proposito di Vittoria Sanseverino, ecco quanto riporta il Guelfi Camajani nel suo Dizionario Araldico, Milano, 1940, a pag. 576: "La famiglia Cianci venne in Sicilia dalla penisola Iberica all'epoca dei Vespri Siciliani. Il nome catalano Sancio servì a denotare il capo delle milizie raccogliticce nella guerra fra gli Aragonesi e gli Angioini. La famiglia Cianci dalla Sicilia, passò in Catanzaro, che si indica come origine del ramo dimorante in Napoli, che ha diritto al titolo di barone di Càlvera, perché l'ultima dei Sanseverino di Bisignano, del ramo di Càlvera, fu Vittoria Sanseverino da cui discendono per linea femminile i Cianci di Sanseverino." (Anche la famiglia "Cianci di Leo Sanseverino" ottenne dalla Consulta, il riconoscimento del solo cognome Sanseverino proprio in virtù della discendenza dal ramo dei Sanseverino di Mario e della figlia Vittoria Sanseverino)

12) Vedi: Archivio barone Pier Francesco del Mercato, Carte Private, Busta 19, Fascicolo 4
1890 Istanza di Vittoria Verando per il legato a favore dei figli, cc. 2
1891 Fascicolo processuale in grado di appello della causa tra Errico del Mercato e Vittoria Verando vedova di Valerio del Mercato per il pagamento di un legato, cc. 40
1892 Fascicolo processuale della causa tra Errico del Mercato e Vittoria Verando, vedova di Valerio del Mercato, per l'onere di provvedere all'educazione dei figli, cc. 40
1891 Nota spese dell'avv. Federico Covone per la causa di cui sopra, cc. 2
1891 Istanza di Errico del Mercato e del figlio Francesco in merito alla causa di cui sopra, cc. 2
1897 Sentenze della Pretura di Torchiara per la causa di cui sopra, cc. 6
1899 Vittoria Verando dà quietanza ad Alberto ed Emilio del Mercato di somme incassate per la causa di cui sopra, cc. 2

13) La famiglia "Cianci di Leo Sanseverino" - come si è già detto più sopra - ottenne dalla Consulta, il riconoscimento del solo cognome Sanseverino proprio in virtù della comune discendenza dal ramo dei Sanseverino di Mario Sanseverino, ma non i titoli, non rppresentando infatti la linea di discendenza primogenita.

14) Per Policastrello e Roggiano vedi "ad vocem" in M. Pellicano Castagna, Storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, Catanzaro, 2002, Vol. IV, pagg 140 segg. (Policastrello), e pagg. 298 segg. (Roggiano)

*) Archivio Del Mercato di Laureana: "L'ingegnere Beniamino Del Mercato di Laureana Cilento ha depositato nell'Archivio Provinciale di Stato di Salerno, tutto l'archivio di famiglia. Tale archivio consiste in 500 volumi manoscritti di opere essenzialmente giuridiche, 450 pergamene, 120 volumi di atti notarili di due diversi notai (dal 1620 al 1740 circa) e di fascicoli cartacei numerosissimi riguardanti la storia della la vita di questa nobile famiglia, titolare di numerosi feudi nel Cilento, dal secolo XIV in poi.
Le opere manoscritte sono dei giuristi Giovannicola (1618-1685), Felice (1559-1640) e Giuseppe Del Mercato ed altri.
Fra i manoscritti figura anche l'unica copia esistente degli statuti del Cilento di cui verso il 1900 venne curata la pubblicazione dal Reale Istituto di Incoraggiamento di Napoli."
da: "Relazione dell'Ufficio Centrale degli Archivi di Stato", Allegato relativo all'adunanza numero 217 dell'anno 1940.”
Cfr. anche: L'Archivio privato del Mercato: una fonte privilegiata per la storia del Cilento. Esposizioni di carte, pergamene e manoscritti conservati nell'Archivio privato della famiglia del Mercato depositato presso l'Archivio di Stato di Salerno. Promossa da: Archivio di Stato di Salerno, Salerno, 8 aprile – 20 maggio 2006

#) Con questo lavoro - costato a chi scrive - ma non solo a lui - anni di ricerca e di paziente lavoro, si spera di poter accogliere definitivamente l'invito di uno studioso che si occupò nel passato della grande Casa sanseverinesca, purtroppo prematuramente scomparso, il prof. Azzarà che, in un suo studio sulla Casata Sanseverino, pubblicato a puntate sulla rivista "Studi Meridionali - Rivista trimestrale di studi sull'Italia Centromeridionale”, Roma, nell'ormai lontano anno 1975, concludeva così il capitolo sul ramo dei baroni di Calvéra e Duchi di San Donato: "I baroni di Càlvera sono un ramo minore della grande Casata, che non ha emerso nella storia della Famiglia. Il ramo è poco citato dagli araldisti. Se ne parla qui nella speranza che qualche studioso voglia dare utili contributi per una maggiore conoscenza." Speriamo con quel nostro lavoro di avere accolto degnamente l'esortazione di questo studioso.



 

 

Bibliografia e Fonti documentarie

 

             - G. Azzarà, I Sanseverino Conti di Potenza e di Saponara, sta in “"Studi Meridionali - Rivista trimestrale di studi sull'Italia Centromeridionale”, Roma, 1975 - fascicolo III-IV).

             - R. Bisignani, I Sanseverino, ramo San Donato, in "Calabria Nobilissima", 1989, 42-43, 33-70

   - L. Buccino, La XIV disposizione transitoria e finale della nuova Costituzione e la cognomizzazione dei predicati in rapporto alla successione nobiliare femminile nelle provincie napoletane,

                      Fausto Fiorentino Editore, Napoli, 1957

   - G. Venzi, Nota alla sentenza della Cassazione di Roma dei 31-12-1901, riportata nel Foro Italiano, 1902; I, col. 73 e segg.

   - Duca C. Rivera, L'opera della Consulta Araldica. Studio critico, Roma 1924

   - G. Sabini, L'ordinamento dello stato nobiliare italianao nella vigente legislazione, Roma, 1933

   - F. Scannapieco Capece, I titoli nobiliari siciliani e napoletani: il ripristino della successione siciliana e napoletana, in "Re d'Armi", Palermo 1991 - aggiornato gennaio 2008

   - Sent. Cassazione Napoli del 28-8-1904, in causa Procaccini-Lucchesi Palli (in Giurisprudenza Italiana, 1905, I e. 1325)

   - Corte di Cassazione di Roma del 3-4-1905, in causa Min. Int. - Sabini, (in Giurisprudenza Italiana, 1905, I, col. 696 e segg.)

            - A. Campolongo, Note feudali su San Donato, pagg. 39-40

            - N. Cianci di Leo Sanseverino, * Genealogia di Ercole Sanseverino, barone di Càlvera, e suoi discendenti, Napoli 1902

                                            * Illustrazioni dell'albero genealogico della famiglia Cianci di Leo Sanseverino, Napoli 1906.

                                            * Nuove illustrazioni dell'albero genealogico della famiglia Cianci di Leo Sanseverino. Napoli, Morano, 1902.

- P. Guelfi Camajani, Dizionario Araldico, Milano, 1940 (rist. Hoepli, 1982), pag. 576

- M. Lupis M. P. di Santa Margherita, La necessità del Regio Assenso (Reale Beneplacito) nella legislazione nobiliare napoletana
                                                    con particolare riferimento alla Successione femminile dei titoli nobiliari
, in "Studi e Ricerche della Società Genealogica Italiana", 2009 (in rete)

            - B. Mazzilli, Cenni Storici su Càlvera (ed. Dedalo libri, Bari, 1980

            - M. Pellicano Castagna * Le ultime intestazioni feudali in Calabria, ad vocem: Vol IV, pag. 228, “Sangineto”; Vol I, pag.65  “Bisignano” ; Vol. IV, pag. 141 e segg., “Policastrello”;

                                                 Vol. V (inedito) “San Donato” (per gentile concessione dell'avv.to A.M. Pellicano Castagna)

                                              * I Sanseverino di San Donato, in "Studi Meridionali - Rivista trimestrale di studi sull'Italia Centromeridionale", Roma, Gennaio 1977, pag. 9

- A. Rivelli, Memorie storiche della città di Campagna, Salerno, 1894, rist. Forni, Bologna, 2002

- Notizie d'alcune Famiglie popolari della Città e Regno di Napoli divenute per ricchezze,e dignità riguardevoli.D'incerto Autore (ma attrubuito al Confuorto),

  pubblicato a cura di Zini,M.-Masetti,S.-Della Cella,A., Genova, 1990, pag.5.

- AA. VV, Annuario della Nobiltà Italiana, 2010, Scheda famiglia Di Leo, vol. III pag. 327

 

- Fascicolo “Cianci di Leo Sanseverino”, n. 1380, Archivio della ex Consulta Araldica del Regno d’Italia, Archivio Centrale dello Stato, Roma Eur

- Regia Udienza Provinciale di Catanzaro, Lettera S, fasc. 950, Anno 1762, in ASCatanzaro, (in deposito temporaneo presso ASLamezia Terme)

- Archivio di Stato di Napoli, Real Camera di S. Chiara, Pretensori di cadetti (serie XXXV), vol. 52, inc. 70. "Supplica di don Orazio Sanseverino"

- Archivio privato dei Baroni del Mercato, Fondo Pacelli - Sanseverino, Busta 18, fascicoli 1-14; Carte Pacelli, Sanseverino, de Leo, Campanino pervenute in famiglia a seguito

  del matrimonio tra Francesco Antonio del Mercato e Marianna Pacelli.

- Archivio di Stato di Salerno, Fondo Notarile, Notai del Distretto di Campagna (SA), busta 680

- Archivio di Stato di Salerno, Fondo Famiglia del Mercato

 

 

 

 


 

 

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